Giardini Reali, Venezia

A Venezia vicino a Piazza San Marco c’è uno spazio quasi sconosciuto e dimenticato, nascosto alla vista da una serie di chioschetti di souvenir. L’incuria lo aveva reso un luogo privo di attrattiva, in cui le piante erano cresciute disordinatamente e il bellissimo pergolato in ghisa, in parte crollato, era divenuto pericoloso.

Si tratta dei Giardini Reali di Venezia che furono voluti da Napolene che abbattè i vecchi granai del trecento per realizzare questo spazio verde in laguna. È uno spazio circondato dall’acqua su cui s’affacciano il Museo Correr, le sale imperiali del Palazzo Reale, il museo archeologico e la storica Biblioteca Marciana.

I suoi arredi in ghisa sono unici e comprendono grandi tettoie con imponenti mensole in ghisa, lampioni originali appositamente creati per il giardino e una lunga pergola di 23 campate sorretta da colonne in fusione di ghisa ricoperta originariamente da rampicanti. Uno spazio incantato, apprezzato dalla principessa Sissi che vi soggiornò nel 1856 in occasione della sua visita accanto all’imperatore d’Austria suo sposo. Fino a pochi mesi fa lo spettacolo che si presentava ai turisti era desolante: lampioni spezzati, pergola chiusa per pericolo di crollo, piante infestanti che avevano sommerso ogni cosa.

Venice Gardens Foundation con un ambizioso progetto ha recuperato i giardini e tutte le strutture in esse contenute con un finanziamento delle Assicurazioni Generali. Per il restauro delle parti in ghisa si è affidata a Neri SpA. Raccontiano qui di seguito la storia affascinante di questo salvataggio, il censimento dei tanti elementi, la loro sabbiatura per individuare le rotture, la chiusura dei fori e le saldature delle parti spezzate, la creazione dei piani di appoggio per il montaggio definitivo

Uno degli interventi più delicati ha riguardato le colonne che reggono la pergola composte da due elementi che si uniscono in corrispondenza di un decoro centrale ornato da rosette. Tutte le colonne erano danneggiate proprio in corrispondenza di questo innesto. La causa può essere identificata con le viti e i relativi fori che servirono a tenere unite le due parti della colonna. Vibrazioni e movimenti per oltre un secolo sono la causa della rottura in senso verticale di questi anelli. Si è quindi reso necessario asportarli in tutte le colonne e creare un modello per realizzare una nuova fusione capace di garantire la massima resistenza meccanica.

Le nuove fusioni una volta tornite e inserite nelle colonne hanno reso possibile un perfetto innesto fra le parti.

Alcune colonne erano irrimediabilmente compromesse e si è reso necessario realizzare anche questo modello per riprodurle. Si è scelta quella meglio conservata che è stata attrezzata con le “portate” laterali in legno per permetterne la fusione. Infine si è realizzata la “cassa d’anima” che riproduce perfettamente la forma interna della colonna. Con il modello esterno e con la cassa d’anima, si è potuto così fondere i pezzi necessari al completamento della pergola.

Le coperture terminali delle colonne sono risultate particolarmente danneggiare. Già in passato per quelle che si erano spezzate in due parti si era intervenuti unendole sommariamente con rivetti di ferro avvitati. A differenza del passato le parti spezzate sono state saldate e ed è stata applicata una controplacca inferiore.

Non tutti i pezzi però sono stati salvati. Quattro mancavano o erano irrimediabilmente spezzati. Come già fatto per altre parti sono stati scelti i pezzi meglio conservati e utilizzandoli come modello si è proceduto a nuove fusioni.

Le 23 campate della pergola sono unite fra loro, fin dall’origine, da un decoro superiore che collega le colonne: un vero e proprio merletto in ghisa. Tutti i pezzi sono stati censiti e valutati in base alle loro condizioni di conservazione. I pezzi incompleti che era possibile recuperare sono stati saldati e hanno ripreso la loro forma e dimensione originale. Per i pezzi mancanti invece sono stati realizzati i modelli per le nuove fusioni.

Il restauro si è concluso con la verniciatura dei singoli manufatti. Tutti sono stati protetti con un sottofondo applicato per immersione che preserva le colonne anche internamente. A questa immersione ha fatto seguito una rifinitura manuale delle superfici e la colorazione definitiva.

L’arredo dei Giardini Reali comprende anche lampioni ad una luce dalla forma esile e slanciata. Si è reso necessario fonderne 9 nuovi utilizzando come modello l’esemplare meglio conservato che è stato predisposto per la fonderia. Anche in questo caso è stato necessario disegnare e realizzare l’anima del lampione per creare il vuoto interno. Si è trattato di un lavoro complesso per la dimensione del modello che è risultato particolarmente lungo.

In fonderia, con grande maestria, si è ottenuta l’impronta nella terra del lampione e con un paziente lavoro manuale sono stati riprodotti i decori laterali e il vuoto interno. Infine nella staffa con l’impronta del lampione si è colata la ghisa. Un lungo processo che si è ripetuto per 9 volte.