Roma, Serra Moresca, Villa Torlonia

I principi Torlonia, di origine francese, svolgevano a Roma fin dal ‘700 il commercio di tessuti pregiati. Grazie alle forti relazioni sociali create dalla loro attività, riuscirono a fondare anche una banca, accumulando in un secolo una ricchezza enorme. Nel lessico popolare romano il nome Torlonia divenne sinonimo di ricchezza smisurata. La costruzione della Villa Torlonia ebbe inizio nel 1806 su progetto del famoso architetto Giuseppe Valadier per il banchiere Giovanni Raimondo Torlonia. L’architetto trasformò due edifici preesistenti in un Palazzo nobiliare e nell’odierno Casino dei Principi. Risistemò il parco, creando viali simmetrici e perpendicolari e abbellì la villa con sculture d’arte classica acquistate appositamente. Nel 1832 Alessandro Torlonia, continuò i lavori della villa realizzando la Capanna Svizzera, nucleo iniziale dell’attuale Casina delle Civette. Nel 1840 inizia la costruzione della Serra Moresca. Il prospetto principale è composto da sette scomparti con graffiti moreschi. Tutti gli scomparti erano scanditi da grandi finestre in ghisa decorate con vetri policromi sormontate da colonne esagonali in ghisa. Una foto degli anni Trenta del Novecento mostra la Serra ancora integra. La fragilità dei suoi elementi, tra cui il vetro, ne ha segnato però il rapido degrado.

Restauro della Serra Moresca a Villa Torlonia

Sul finire degli anni Settanta del ‘900 il Comune di Roma acquistò Villa Torlonia e diede inizio al restauro delle emergenze architettoniche presenti all’interno del parco. Il complesso della Serra e Torre Moresca, capolavoro ottocentesco dell’architetto Giuseppe Jappelli, versava purtroppo in un desolante stato di abbandono, seguito
alle distruzioni del secondo conflitto bellico mondiale e alla damnatio memoriae cui fu condannata la residenza che il principe Torlonia aveva concesso per venti anni a Mussolini. Per eseguire il restauro è stato necessario smontare tutte le finestre e le porte in ghisa che sono state trasportate nei laboratori Neri. Il restauro delle colonne, invece, è stato effettuato in loco in considerazione della difficoltà a separarle dalla muratura su cui poggiavano.

La struttura della Serra rappresenta uno dei pochi esempi in Italia di architettura del ferro. Nonostante ciò non si era conservata memoria della fonderia che realizzò i vari elementi. Le ricerche condotte dalla Fondazione Neri avevano portato a formulare l’ipotesi che la fonderia fosse l’opificio di Tivoli, di proprietà dello Stato Pontificio. La conferma, stupefacente, di questa ipotesi è venuta quando, ripulendo le varie colonne, in una sola di esse è emerso il nome Tivoli. Per tutti gli elementi oggetto di intervento sono stati eseguiti specifici rilievi. In Neri tutti gli oggetti sono stati censiti e si è proceduto al restauro o, nel caso di rotture irreparabili, alla loro riproduzione fedele. Per ciascun infisso sono stati creati controtelai in acciaio per sorreggere i vetri colorati. Infine l’intera struttura è stata rimontata. Un’artista del vetro ha poi applicato magnifici vetri colorati su tutte le finestre della Serra.